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M2 - singolarità - originale.

Il posto dove si tengono gli incontri degli Alcolisti Anonimi è poco appariscente esattamente come ci si aspetterebbe - ma questo non vuol dire che a Tahlsin piaccia.
Ha perfettamente senso, ovviamente, ma quello che non capisce è perché l’edificio non debba essere tenuto meglio. Qualcosa di diverso da una struttura di cemento grigia e triste, con un marciapiede che chiaramente nessuno si è degnato di pulire negli ultimi due mesi.
Poco appariscente è una cosa, sporco è un’altra.
La vita è già abbastanza brutta così com’è, è sempre meglio quando le persone fanno un minimo sforzo per rendere tutto un po’ più bello per se stesse e per le altre persone.
E sì, ovviamente questa non è la prima cosa che le persone notano quando decidono di andare ad un incontro, ma comunque - non si meritano forse un minimo di pulizia? Qualcosa di bello da guardare nel contesto di una vita che sicuramente non è stata gentile con loro?
Tahlsin sospira, infilandosi le mani in tasca e cercando di non gettarsi automaticamente sulla piccola croce appuntita che tiene lì dentro, forzandosi a non cercare subito il piccolo dolore che gli recherebbe e il piacere che deriverebbe dal modo in cui la sua testa si svuoterebbe in automatico di qualsiasi altro pensiero.
È meno facile di quello che dovrebbe essere, ne è perfettamente consapevole. Evidente quanto lo sguardo di giudizio che Hellltrick gli starebbe lanciando in questo esatto istante, se potesse vedere quanta fatica fa a resistere a qualcosa che sa essere un problema.
Se potesse vederlo perdere tempo davanti ad un anonimo palazzone grigio per procrastinare qualcosa che ha scelto autonomamente di fare e che molto evidentemente non si sente in grado di poter fare.
Altrimenti non sarebbe fermo fuori al freddo da mezz’ora.
“Stai aspettando di entrare?” una voce profonda chiede alle sue spalle, all’improvviso, e Tahlsin si costringe a rimanere immobile per due secondi prima di girarsi in modo studiatamente lento e controllato, con un sorriso neutro stampato sulle labbra.
(Il fatto che ci riesca è testimonianza di quanto l’abitutine faccia miracoli. Il fatto che non sobbalzi, alzando le mani a proteggersi il viso, è testimonianza di quanti progressi abbia fatto.)
Quando si volta, si trova davanti un uomo sulla quarantina, con una spolverata di capelli bianchi sulle tempie e un accenno di brizzolato nella barba meno ordinata di quanto potrebbe essere.
L’uomo lo guarda per qualche secondo in un modo abbastanza intenso da essere quasi snervante, e Tahlsin impiega più di quanto dovrebbe essere normale per rendersi conto che sta aspettando una risposta alla domanda che ha posto.
“Io- sì, sto-” si interrompe dopo un paio di parole, prendendo un mezzo respiro più profondo e cercando di schiarirsi le idee e ricominciare. “Sì, sto aspettando di entrare.”
Lo sguardo dell’uomo rimane fisso su di lui e Tahlsin si costringe a forza a togliere la mano sinistra dalla tasca. Non indurci in tentazione e tutto il resto.
Il silenzio che segue è più imbarazzante che teso, ma Tahlsin deve comunque ricordarsi (ricordare al proprio corpo) di non essere per l’ennesima volta in modalità sopravvivenza, di non trovarsi davanti a niente di pericoloso.
(E cosa dice di lui che i suoi istinti non sappiano ancora riconoscere la differenza tra una conversazione con uno sconosciuto e l’inizio di qualcosa da cui sarebbe meglio scappare?)
(Che le cose vanno molto meno bene di quanto non gli piaccia far credere al suo psicologo.) (Che forse dovrebbe tornare a proporre allo psicologo di parlare davvero, durante le sedute, e passare meno tempo in ginocchio.)
“Prima volta?”
Tahlsin impiega un buon minuto ancora a rendersi conto che lo sconosciuto sta ancora parlando con lui, e sicuro ormai di stare facendo la figura del perfetto imbecille, si limita ad annuire.
“Vorrei dirti che la prima volta è la più difficile,” lo sconosciuto continua, apparentemente non disturbato dalle mancanze verbali di Tahlsin. “Ma la verità è che ogni volta è difficile esattamente come la prima.”
Il che non dovrebbe far ridere Tahlsin, neanche per sbaglio - ma qualcosa nell’assurdità della situazione, nella singolarità di questo incontro fuori dal vero incontro al quale dovrebbe partecipare, gli fa scappare uno sbuffo di risata direttamente dal naso.
“Scusa- oddio, non volevo ridere, non c’è niente da ridere in quello che hai detto-” si affretta a cercare di giustificarsi, risultando per qualche assurdo motivo in una smorfia divertita che si forma sulle labbra dello sconosciuto.
Tahlsin scuote la testa e si passa una mano in faccia. “Scusami, non so cosa mi prende. Forse sono un po’ nervoso.”
“Non c’è bisogno di scusarti. Spero di vederti dentro,” l’uomo sorride in un modo che Tahlsin farebbe fatica a non definire paterno - non che ne sappia qualcosa - prima di superarlo e salire le scale per entrare nel palazzo.
Tahlsin rilascia un sospiro che nemmeno sapeva di stare trattenendo, scuotendo la testa di nuovo per cercare di schiarirsi le idee e tornare a comportarsi come una persona normale.
Non c’è nessun bisogno di essere così agitato. Non c’è nessun bisogno di rimettersi la mano in tasca. Non c’è nessun bisogno di girarsi e correre via a fare qualcosa che lo farebbe smettere di pensare incessantemente.
Tahlsin prende un altro respiro profondo e si volta per salire le scale.
L’incontro non è precisamente come Tahlsin si sarebbe aspettato.
Il che vuole dire più o meno che l’incontro non è esattamente come quelli che si vedono nei film o in televisione, e nemmeno come i pochi accenni che gli sia mai capitato di leggere nei libri.
Non ci sono dichiarazioni sconvolgenti o persone che scoppiano a piangere a dirotto nel mezzo di una qualche confessione, non ci sono momenti di tensione tra partecipanti o niente che possa in qualche modo definirsi entusiasmante.
Ci sono, perlopiù, persone che parlano delle proprie esperienze, con voci sommesse e sguardi bassi o con la testa alta di qualcuno che sa di aver fatto qualcosa che non doveva fare e sta cercando di affrontare il problema.
Tahlsin si rintana nel fondo della stanza, su una sedia di plastica che ha visto giorni migliori, deciso ad ascoltare e non intervenire mai.
Ovviamente, niente va secondo i piani, e dopo tre o quattro interventi di altre persone, Tahlsin si ritrova in piedi a parlare troppo di qualcosa che sicuramente non è abbastanza per essere utile a lui, figuriamoci a qualcun altro.


M2 - anomalia - D&D.

“Muschio?”
Nite grugnisce l’ennesima risposta indecifrabile che spinge Apollo ad uno sbuffo quasi divertito. “Mi sa che non hai capito come funziona il gioco… facciamo che te lo rispiego.”
Con Restra ancora disperso all’inseguimento di qualsiasi volume antico stesse cercando, e Islin ancora in giro chissà dove insieme ad Aidem, Astrealia si estende in lontananza e Apollo sospira davanti all’immensità dei boschi e delle foreste che li circondano.
Solo lui e Nite. Nite e Apollo. Apollo e Nite. I due nomi insieme suonano benissimo nella sua testa, ma questo non vuol dire che il resto sia così facile.
La conversazione, per esempio, non lo è affatto.
“Allora… io ti dico una parola e tu mi dici cosa ne pensi. E poi io ti dico cosa ne penso, perché ho sempre un sacco di cose da dire su- be’, su qualsiasi cosa.”
Nite emette un altro suono che stavolta Apollo riconosce chiaramente come una risata - o almeno, la cosa più simile ad una risata che Nite riesca a fare.
Reprimere un sorriso è troppo difficile, quindi Apollo si limita a voltarsi verso gli alberi che li circondano, fingendo di non notare il modo in cui Nite immediatamente si gira verso lo stesso punto, una mano già sull’elsa di una spada, pronto ad intervenire.
La voce nella testa di Apollo suggerisce di sospirare davanti a quell’istinto di protezione che gli fa tremare le gambe molto più di quanto sia necessario.
Il buon senso impone di lasciar perdere - Nite è un cavaliere, è protettivo perché sa che non te la cavi da solo, è protettivo perché lo sarebbe con chiunque, smettila di sperare in cose che non potrebbero mai succedere-
Apollo non è mai stato un uomo di buon senso.
“Per esempio… elfi?”
“Restra.”
“Non è mica un gioco di associazioni,” Apollo ridacchia e si volta per guardare Nite e camminare all’indietro. “Però in effetti è la prima cosa a cui penso quando dico elfo… prima non era così, ho sempre immaginato il protagonista di questo libro che leggevo da ragazzo, che infatti era un elfo-”
Ora che il racconto della trama del libro finisce, Apollo ha già perso il filo del discorso tre volte - e Nite sta osservando con un po’ troppa attenzione uno scorcio di prato completamente privo di pericoli.
“Okay, allora proviamo con… catene?”
“Mh.”
“Sì, in effetti potenzialmente è un oggetto non troppo piacevole. Se fossero nastri di seta allora magari sarebbe diverso. Non le ho mai provate, le catene sui polsi, ma non credo sarebbero troppo comode in camera da letto.”
Nite dà un colpo di tosse che fa ridacchiare Apollo.
“Fragoline di bosco?”
“Mmmh.”
“Quanto sono buone le fragoline di bosco? Io le adoro, anche se non quanto i lamponi… Oh, che ne dici di lamponi?”
“Mmh.”
“Lamponi maturi, quando sono così succosi che ti sporchi anche le dita e devi leccare via il succo perché non vuoi perderti nemmeno una goccia… nelle giornate estive, quando fa caldo e se chiudi gli occhi senti solo le cicale e sulla lingua quel retrogusto acidulo-”
“I lamponi…” mormora Nite quasi interrompendo Apollo, che si volta a guardarlo un po’ confuso.
“I lamponi, sì. Perché non ti piacciono? Preferisci le more? O i mirtilli? Magari il ribes?”
“No, i… i lamponi. Mi ricordo… il sapore dei lamponi…”
“Ti ricordi il sapore dei lamponi?” Apollo ripete dopo un attimo, senza riuscire ad afferrare subito le implicazioni della cosa. “Be’ sì, i lamponi sono- oh! Oh, ti ricordi il sapore dei lamponi! Ti ricordi il sapore dei lamponi? E com’è? Ti piaceva? Era buono? Vuoi mangiarli?”
Nite si zittisce di nuovo immediatamente, in un silenzio più contemplativo dei precedenti che prosegue attraverso tutto il seguente discorso di Apollo, fino a quando quest’ultimo non prende un enorme respiro e smette di parlare.
“Cambia parola.”
“Oh- oh, okay, sì, cambiamo parola, cambiamo- uhm- che ne dici di… pesce?”
“Mmh,” un grugnito indifferente.
“Pesce volante?”
“Mh,” un grugnito più simile ad un ringhio.
“Ah- sì, in effetti. Mmh… famiglia?”
Silenzio da entrambe le parti fino a quando Apollo non si rende conto di essersi inoltrato in quello che a tutti gli effetti è un ginepraio in cui probabilmente né lui né Nite vogliono davvero finire.
“Okay, cavallo?”
“Mhh.”
“Oddio, quanto vorrei un cavallo adesso. Sarebbe terribile doverci risalire senza l’aiuto di nessuno-” uno sguardo acuto verso Nite. “Però quanto mi piacerebbe poter smettere di camminare, stiamo camminando da ore.”
“Non è neanche mezza giornata.”
“Appunto, lunghissime intere ore. Asino.”
“Hey.”
“No- nel senso, che ne pensi degli asini?”
“Non penso niente degli asini.”
“Oddio, cinque parole tutte di fila, potrei sentirmi male.”
Nite si lascia scappare un altro grugnito, tenendo lo sguardo fisso davanti a sé, con quello che però Apollo è assolutamente convinto sia un accenno di sorriso.
“Mucca.”
“Mh.”
“Daino?”
“Mhh.”
“Aratro?”
“Eh.”
“Carro!”
“Mh.”
“Carrozza!”
“Mmmh.”
“Anche una carrozza sarebbe un sogno in questo momento… molto meglio dei cavalli, non dovrei neanche sforzarmi, solo stare seduto per la durata del viaggio e rilassarmi.”
Nite gli scocca uno sguardo che Apollo è sicurissimo sia divertito, nonostante probabilmente chiunque altro vedrebbe lo stesso identico sguardo intenso di sempre.
Apollo ha improvvisato monologhi teatrali per molto, molto meno.
“Quanto mi mancano le carrozze! Prima o poi potremmo riuscire a mettere da parte abbastanza soldi da noleggiarne una, anche piccola. Sarebbe fantastico, al posto che camminare per giorni e giorni- o, ancora peggio, al posto che dormire di notte su uno stramaledettissimo carro.”
Nite sbuffa qualcosa che potrebbe essere una risata di scherno alla menzione di qualcosa che ha così chiaramente traumatizzato Apollo.
“Oh, sì, molto molto divertente, fa un sacco ridere.”
“Non ho riso.”
“No, hai fatto la tua versione di una risata, ma quella era chiaramente una risata. Perché è super, super divertente pensare alla notte infernale che ho passato su quello stupido carro solo perché qualcuno invece non ha bisogno di dormire!”
Nite sbuffa di nuovo e scuote la testa, oltrepassando un albero caduto sul sentiero abbastanza in mezzo da ostacolare il loro percorso e voltandosi subito dopo per offrire la mano ad Apollo e aiutarlo a fare lo stesso, in un gesto che assolutamente in nessun modo provoca il nido di api che ha apparentemente preso residenza nello stomaco di Apollo.
“Prendimi in giro quanto vuoi, ma una carrozza sarebbe perfetta. Ne avevamo una, quando ero bambino, che era così comoda che praticamente mi addormentavo appena ci salivo. Mia sorella mi prendeva in giro perché lei invece non vedeva l’ora di salirci per vedere *cosa * ci fosse fuori dal quartiere ricco di Astrealia.”
“Tu no?” domanda Nite in una delle rarissime domande che hanno il solo effetto di convincere crudelmente (perché l’impossibilità della cosa gli sfugge in modo allarmante, evidentemente) Apollo che la sua parlantina non sia un problema.
“Io preferivo sentire i racconti dalla mia balia. E poi leggere i racconti. Forse è per questo che poi mi addormentavo, sulla carrozza. Però era veramente una bellissima carrozza, di legno scuro e dorata, con lo stemma della nostra famiglia intarsiato sul fianco in mogano e dipinto in blu con un pigmento che probabilmente costava quanto quello che ricaveremo da questo lavoro.”
Apollo stringe la mano di Nite e supera l’albero con un saltello estremamente poco dignitoso, continuando a camminare fino a quando non si rende conto che Nite si è fermato di colpo.
“Nite? Che succede?”
Nite rimane in silenzio, e Apollo si costringe a fare lo stesso, avendo imparato a sue spese che nel caso in cui Nite si sia accorto di un pericolo è sempre meglio rimanere fermo, immobile e soprattutto zitto, piuttosto che fare più danni del necessario.
“Io… nulla. Continua,” Nite scuote la testa, affiancandolo di nuovo con uno sguardo che per una volta Apollo non sa interpretare.
Non sapendo se Nite intenda continuare a camminare o continuare a parlare, Apollo opta per entrambe le cose.
“Quello che adoravo di prendere la carrozza era più che altro guardarla da fuori, per il resto dormivo tutto il tempo perché i sedili interni erano rivestiti in velluto ed erano morbidissimi.”
Quando il silenzio di Nite diventa più disturbante che piacevole, Apollo si lascia sfuggire una piccola risata nervosa e si arrotola una ciocca di capelli biondi attorno al dito, cercando di apparire molto più rilassato di quanto sia davvero.
“Una volta- l’unica volta che non mi sono addormentato è stato durante una parata di qualche tipo, quando ero ragazzino. Non mi ricordo neanche cosa fosse, so solo che era uno di quei casi in cui mio padre voleva a tutti i costi mettere in mostra tutto il lusso che potevamo sfoggiare e mio fratello aveva passato tutta la mattinata a ripetermi che avrei fatto sfigurare la famiglia con il mio essere Apollo. E mi ricordo che ero sveglissimo perché avevo sentito mia madre dire che avremmo avuto dei mercenari di scorta e non ci era mai capitato prima e tutto quello che volevo era vederne almeno uno, perché avevo solo letto nei libri cosa fossero-”
“Come fai a saperlo? Chi te l’ha detto?” Nite lo interrompe così bruscamente che Apollo quasi perde l’equilibrio nel tentativo di voltarsi a guardarlo.
“Cosa?”
“Come fai a sapere queste cose?” forse per la prima volta da quando lo conosce, Nite alza la voce e Apollo si ritrova a guardarlo con gli occhi spalancati per la sorpresa, immobile come uno di quei cervi che si vedono a volte nella foresta.
“Io… cosa? Queste… come faccio a sapere queste cose? Sono… te le sto raccontando? Non capisco cosa intendi…”
“Non dovresti- come fai a saperlo? Chi ti ha raccontato della parata? Come fai a saperlo?”
“Te l’ho detto, Nite, io non- te lo sto raccontando perché ero lì, non so come altro potrei risponderti, te lo giuro.”
Nite rimane in silenzio così a lungo che Apollo comincia a pensare che qualcosa di terribile stia per succedere, così tanto al di fuori delle sue abilità mentali da non riuscire nemmeno a comprendere cosa ha scatenato tutto questo.

 

M2 - risonanza - Stranger Things.

 

Months go by before they talk about the subject again, so much that Billy almost forgets the whole conversation. That’s his first mistake.

“So, are we thinking adoption? Or something else?” Steve half asks, and half yells from the kitchen, where he’s supposed to be cooking dinner for the both of them.

Billy has his head stuck under the bathroom sink, trying to fix some leaky pipe he knows nothing about, because he’ll be damned before they have to call (and pay) a plumber for something he can absolutely do on his own.

“What?”

“I mean, do you prefer adoptions? Or… I don’t know, I’ve never asked you, do you have anything against surrogates? Or like, donor inseminations?”

Billy snorts a small laugh, because that sounds exactly like the kind of weird questions Steve asks out of the blue, whenever he spends a little too much time on his own.

There’s no other explanation for the weirdness of that question, honestly. It’s like being asked out of the blu if he thinks cats should or shouldn’t be let outside if they represent a danger to birds. Which happened one Sunday, when they were almost asleep in bed, after some amazing sex.

(Which made everything even weirder. And funnier at the same time.)

“Uhm- I don’t know, honestly,” Billy replies after a moment, still trying to understand exactly where the leaking is coming from. “I suppose I’ve never thought about it.”

“Oh, that’s okay!”

That’s the only reply Billy gets for the next five minutes, probably because Steve is too busy angry-whispering at whatever food he’s making. Which Billy absolutely does not find endearing as fuck.

Once he’s finally done with the leak (which basically means he’s solved nothing at all and has simply decided he’s gonna fight that stupid fucking sink another time), Billy joins Steve in the kitchen, leaning against the door.

“Have I ever told you how pretty you look?”

“Let me think… several times. In the past couple hours.”

“Guilty as charged,” Billy shoots him his best smile, the one he knows for sure makes Steve all hot and bothered.

Steve shakes his head, with his hair flopping up and down in a way that shouldn’t make Billy feel butterflies in his stomach - and yet.

“You’re just as bad as you were back in high school.”

“And you love me.”

“Fuck me, I do,” Steve says with the softest smile, and Billy can’t really do anything different than go to him and kiss him as softly as he can.

Which is not a lot, admittedly, but Steve likes him anyway.

“So… no strong opinion on adoption or otherwise?”

Billy laughs, a bit weirded out by the fact Steve has gone back to talking about some hypotheticals right after a mind-blowing kiss. That’s not usually the case.

“No, I don’t think so.”

“That’s okay- we can figure it out when the time is right.”

Steve leaves another soft kiss on Billy’s cheek, before getting back to dealing with a now overflowing pot of water.

Billy needs a few more seconds to really process those words.

What the fuck does it mean, when the time is right?

His third mistake is not listening to his gut and just going with the flow.

His gut is always, always right - Billy should know, by now.

“I don’t think you’re a particularly traditional man, but- are we planning on getting married, before having children?”

The question is so sudden, so unexpected, that Billy basically snorts out loud, thinking that’s some kind of joke that he hasn’t understand.

Steve looks at him with those big, brown eyes and such an expectant look that it only takes him a few seconds to stop laughing and understand that it was a serious question.

So, obviously, at that point the only thing he can muster is a weak ass “what?” that has Steve narrow his eyes.

“Why are you acting like this?”

“I’m sorry, what- what are we talking about?”

Steve sits up from the lounging position he was on the couch, the movie still playing on the TV completely forgotten.

Why are you acting like this? We’re talking about kids, you look like it’s the first time we do that.”

“Because it is!”

“No, it’s most definitely not!”

“When have we ever talked about having kids?”

“Oh my God, Billy, are you kidding me? I’ve asked about this right on this couch, a few months back! And then again that one time you were trying - and failing - to fix the sink!”

“First of all, I fixed that fucking sink.”

“Yeah, you sure did, I definitely did not have to call a plumber,” and for a second, everything seems normal. Steve looks at him with the usual gleam in his eyes, and Billy is so close, so fucking close to just lean forward and kiss him stupid to punish this failed attempt at undermining his masculinity.

Except, there’s something else, behind Steve’s look.

Except, Billy can’t shake the feeling something about to go incredibly, terribly wrong.

“Steve, we never-” Billy starts again, and then stops to take a deep breath. “We never talked about having kids.”

“Yes, we did! Come on, Billy, I don’t understand what’s happening. And if this is some stupid joke, it’s not funny at all.”

“It’s not a joke,” and Steve seems to realize the same in the moment Billy gets up from the couch. “We didn’t talk about having kids. We talked about kids. In general.”

“But you said-”

“I said I liked kids. That doesn’t mean I want kids.”

“You… don’t want kids?” Steve repeats, with a soft voice that makes Billy want to jump in the ocean and find the nearest shark.

“I- come on, sweetheart, I don’t-”

“Don’t sweetheart me,” Steve shakes his head, with some kind of hurt look in his eyes that really shouldn’t be there.

It’s not like he did anything wrong, it’s not like- fuck, it’s not like Billy’s supposed to want kids. That’s not fair, that’s not what was supposed to happen.

“I don’t- why are you making such a big deal of this?”

And that, that was most definitely something Billy should not have said.

Steve leaves, slams the door behind him, and Billy is left with nothing else to do but contemplate the rising tower of mistakes that brought him here.




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